Le Storie Belle
La storia di mio nonno che ha sconfitto la morte
Questa commovente storia, scritta da Emanuela Frazzetta, è stata pubblicata giorno 17 dicembre 2004 dal settimanale “L’Ortica” di Ladispoli.
Massimo, un ragazzo disabile, l’ha trascritta per noi al computer. A lui va il nostro augurio affinché possa vincere la sua lotta per la vita.
Una giovanissima di Ladispoli ci racconta il calvario di Impero Monarca che per 17 anni ha combattuto con una grave malattia cardiaca.
Questo è un articolo dedicato a mio nonno.
Dopo 17 anni di malattia, lunghi anni di paure e sofferenze, dolori, rinunce, finalmente è potuto rinascere ad una nuova vita, con un nuovo cuore, e con tanta forza di vivere.
Questo è quello che è successo a mio nonno, un Ladispolano molto conosciuto, di nome Impero Monarca, un uomo che io stimo tantissimo ed amo con tutta me stessa.
Vi racconto la sua storia. Una storia come ho già detto difficile e fatta di tanta sofferenza.
Nel lontano 1987 egli venne diagnosticata una grave malattia ‘miocardiopatia dilatativa’, aveva solo 49 anni, era un uomo con tanta voglia di vivere e di vedere crescere sua nipote e godersi un po’di tranquillità.
Invece un fulmine a ciel sereno distrusse tutti i suoi sogni, la sua pace, la sua tranquillità e così cominciò il calvario, il suo cuore cominciava a vivere una sua ‘vita’ che non si adattava e non partecipava appieno alle necessità del corpo di cui questo organo faceva parte integrante.
Dovette lasciare tutti i suoi impegni che a quel tempo erano il suo lavoro, la sua vita sociale, i divertimenti, iniziando una strada che andava verso un traguardo nebuloso, senza certezze, senza speranze.
L’unica certezza è che fosse una strada impervia ed in salita. Lo aspettavano anni terribili e noi vivevamo con ansia tutte le volte che veniva ricoverato, perché sembrava sempre l’ultima.
Molte volte venne salvato dal dottor Aldo Ercoli, suo cardiologo di fiducia, e altre volte da mia nonna Ines che diventò in quel momento il suo angelo custode, tanto che gli contava anche i respiri la notte.
Una volta sentendolo respirare male chiamò il cardiologo che corse facendolo poi ricoverare d’urgenza all’ospedale San Camillo di Roma, diventando la sua seconda casa.
Chiamammo addirittura la polizia per arrivare in tempo in ospedale e così riuscimmo a salvarlo, con l’aiuto di mia madre Fiorella e zio Paolo, i figli, il genero e la nuora che non lo hanno lasciato mai solo, standogli sempre accanto in quegli anni difficili.
Fu ricoverato per un anno poi uscì e sembrava che andasse meglio.
Passò così il tempo e nonno, con tutte le cure, i sacrifici cui veniva sottoposto, riuscirono a farlo andare avanti, anche se con tanta fatica.
Poi con gli anni la malattia peggiorava finchè si arrivò a ricoveri sempre più frequenti.
In un anno si ricoverava due volte, poi tre, poi quattro, fino ad arrivare un giorno ad un arresto cardiaco.
Fortunatamente, essendo ricoverato in camera intensiva fu soccorso immediatamente dagli infermieri e dai medici, che sono delle persone stupende e speciali, dei veri angeli, mio nonno si salvò.
Si sentì un miracolato e fù veramente così, perché se fosse stato a casa, non avremmo fatto in tempo a salvarlo, non eravamo in grado di fare quello che fecero quegli infermieri, massaggio cardiaco, defibrillazione e tutto il resto per riportarlo in vita.
Una lotta, era veramente una lotta, per non cedere alla morte.
Passò del tempo e nonno Impero andava meglio, era felice perchè era tornato a vivere, diceva lui, ma non sapeva come del resto non sapevamo noi e neanche i medici che di lì a poco, sarebbe entrato in coma, il suo cuore gli creava dei grossi problemi.
Non riusciva più negli ultimi anni addirittura a mangiare più di tanto, perché il suo cuore cresceva sempre più, gli chiudeva la cassa toracica e gli schiacciava l’esofago, dormiva anche poco e male.
Gli venne poi messo un pace-maker, più un defibrillatore con un intervento di quattro ore, niente di che se fosse stata una persona in condizioni migliori, ma era sfinito.
Anche se i medici in un primo momento non vollero fare questo intervento, la sua volontà, quella di un uomo piccolo perché ridotto a poco più di 55 kg, lui che ne pesava 80, e ancora con tanta voglia di vivere, era diventata più forte e lottava contro vento perché la malattia non demordeva, anzi con lui ci faceva a braccio di ferro, e lui lottava, lottava con quelle poche forze che gli rimanevano.
Mia madre e mio zio si impegnavano notte e giorno per assistere il padre e anche mia nonna che silenziosamente cercava di andare avanti con calma e pazienza e tanto sacrificio, pure se con tanto dolore per quell’uomo che era stato la sua vita, e se lo vedeva portar via giorno dopo giorno da quella malattia così grande e degenerativa.
Il tempo passava, e quando sembrava che tutto andasse per il meglio, tra mille controlli a cui lui si sottoponeva, un giorno ci dissero che le cose non si stavano di nuovo mettendo bene, il cuore con solo il venti per cento di funzionalità lo stava lasciando, era affannato, stanco, non riusciva più a camminare.
Infatti si decise per un ricovero, con ulteriori accertamenti, e soprattutto stabilire le condizioni di questo cuore che lo stava lasciando.
Dopo un mese ci chiamarono per un colloquio e nonostante la mia età ringraziando i miei genitori, decisi di partecipare sempre ad ogni cosa, andammo dal prof. Picchio con una grande pena, ma anche una speranza.
Ci misero al corrente che era arrivato il momento, nonno Impero non poteva più vivere in quelle condizioni, l’unica possibilità era quella del trapianto di cuore.
Aveva bisogno che un altro essere umano donasse il proprio cuore con grande generosità anche se involontariamente.
Potete immaginare, forse no, quello che abbiamo provato noi in quel preciso momento.
Cadde un silenzio in quello studio medico, che ci avvolse. La notizia ci paralizzò perché fino a quel momento non si poteva fare nulla.
Ci chiese il medico cosa ne pensavamo di tutto, noi pensavamo a lui, per noi era si, ma quello che lui decideva per noi sarebbe stato legge.
Il medico ci sorrise e disse: “ Signori, Impero Monarca ha già deciso, vuole farlo per tornare a vivere come le persone Normali”.
Era un grande uomo, che nonostante tutto, non era completamente stanco e neanche del tutto abbattuto, ma sotto sotto, la forza per la vita era tanta ed era quella che lo teneva vivo!
Ma purtroppo c’era un ma. Prima di poter arrivare al trapianto si dovevano fare degli esami lunghi, dolorosi e faticosi per una persona già in quelle condizioni
. E se tutto andava bene avrebbe potuto affrontare l’intervento, altrimenti era la fine.
Fu di nuovo una grande prova, perché lui faceva tutto quello che i medici gli ordinavano, come se fosse già scontato il trapianto di cuore.
Così incontrò il prof Musumeci, cardiochirurgo, un uomo con un’esperienza internazionale chiamato da qualcuno con affetto “il salvatore”. Un uomo eccezionale.
Passarono due mesi e venne il giorno del responso, era pronto per ricevere un nuovo cuore, la sua speranza si accese, eravamo felici e questo è dir poco.Lo misero in lista di attesa.
La paura non era finita, avevamo passato uno scoglio ma ora ne appariva un altro.
Chissà ora se si sarebbe fatto in tempo ad arrivare al trapianto, si stava aggravando sempre di più, una lotta contro il tempo, ma riusciva con la sua forza di vita a fare la solita camminata sul lungomare, anche se con tante pause. Poiché i medici gliela avevano prescritta come terapia quando ancora poteva farlo, lui non voleva arrendersi a quella malattia così grave.
Eravamo tutti in allarme quei giorni, eravamo preoccupati non solo per l’intervento ma quello che ci distruggeva era l’attesa, poiché temevamo che lui non potesse arrivarci, che non potesse farcela.
Poi dopo due mesi una domenica, precisamente il 23 maggio di quest’anno, mio nonno fu invitato da una sua nipote a pranzo a Cerveteri. Non voleva andarci perché non voleva allontanarsi da casa e da noi familiari, ma decise di andare, dopo averlo comunicato, tanto tutta l’equipe del prof Musumeci dottoressa Lilla e le infermiere Antonella e Loredana, (bravissime e attente nel loro lavoro) avevano il nostro cellulare e telefono di casa di tutti noi familiari.
Io, mia madre e mio padre stavamo pranzando in un ristorante di Ladispoli e mio zio era a casa.
Ma alle 13,45 di quella Domenica squillò il telefono, era arrivato il cuore, era arrivata la salvezza, avevamo poco tempo per andare a Roma, il cellulare di nonno per un caso non era raggiungibile, quello di mamma nemmeno, era rimasto quello di casa di mio zio.
L’ultimo tentativo andò a buon fine, raggiunsero mio zio che miracolosamente riuscì a chiamare me, così andammo da nonno per portarlo in ospedale al san Camillo, ci fu panico.
Momenti di vero panico, poiché mentre andavamo a prendere nonno sentimmo un forte rumore alla macchina, credevamo di non potercela fare, ma tutto si risolse ancora per un miracolo, nel frattempo ci chiamò il cardiochirurgo che stava al telefono con mia madre per dargli tutte le indicazioni di cosa fare ed il tempo che avevamo per arrivare
Era lì il problema, l’ora! Mio padre con mia madre non persero mai la calma, andammo da nonno e lui appena vide mia madre disse: “ è arrivato? Meno male, non ce la facevo più”.
Mamma gli disse che avevamo un’ora e ce l’avremmo fatta.
Mio padre corse come un pazzo, eravamo tesi, ma cercavamo di mantenere una calma almeno apparente per poter affrontare con una certa senenità il resto.
Nonno era felice, diceva ripetutamente meno male, meno male.
Mi strinse per l’intero viaggio la mano forte, dicendomi “stai tranquilla che nonno ce la farà anche stavolta”. Arrivammo in ospedale in un’ora, salimmo e lì ci fu un’altra grossa prova, nonno doveva fare la preparazione e la cosa più preoccupante era che dovevamo aspettare l’esito dell’espianto dal donatore per vedere se il cuore era compatibile al 100% col corpo di nonno, perché alcune volte il cuore donato può aver subito traumi al decesso e non può essere reimpiantato.
Altre attese, altra prova e questo uomo sempre calmo, sorridente che incoraggiava tutti noi, ci voleva far ridere con delle battute.
Arrivò l’atteso esito, tutto ok, si poteva procedere, erano le 21 del 23 maggio, nonno uscì dalla sua cameretta per affrontare la sua ultima prova, la più difficile della sua vita.
Mentre si allontanava da quel corridoio sopra la barella, ci salutò, noi non potevamo neanche abbracciarlo era già sterilizzato e pronto per la sala operatoria.
Ma lui ancora una volta diede prova del suo coraggio e della sua forza di vivere.
Alzò le braccia in segno di vittoria e ci disse: “ragazzi per me domani cambierà la vita, o di qua con voi o di là con Dio, state tranquilli, ce la farò, io ce la metterò tutta”.
Si allontanò per tutto quel corridoio fino a dentro l’ascensore che lo portava al piano superiore dove avrebbero fatto l’intervento con le braccia alzate.
Non sapevamo più che fare, che pensare, non ci rimaneva che pregare, tutti insieme ed uniti nell’attesa, che durò molte ore.
Cominciò il trapianto verso le 22.00 e terminò solo all’alba verso le 05.00 e ci diede la notizia il professor Musumeci, uscì e ci disse che l’intervento era riuscito, il nuovo cuore aveva ripreso a battere nel petto di nonno
. Il cuore di un uomo di circa 39 anni di Roma, un grande uomo che con il suo gesto generoso ha salvato la vita di mio nonno, un gesto ed un cuore grande e speciale per un uomo grande e speciale, come Impero mio nonno.
Dove noi non finiremo mai di ringraziare e ricordare nelle nostre preghiere.
Ma ancora un ma. C’era una complicazione a livello polmonare, ci spense un po’ la gioia della notizia precedente, ma comunque eravamo fiduciosi, ne aveva passate troppe e non poteva non farcela, la vita gli doveva molto, non poteva abbandonarlo proprio ora.
Lottò, lottò molto per questi polmoni non più per il cuore, ora c’era un nuovo mostro da combattere ma dopo tre mesi nonno Impero ne uscì vittorioso, anche i medici ne rimasero colpiti da questo nonno così forte con una voglia di vivere incredibile.
Lottammo anche noi, e molto, i medici ci dicevano che gli davamo anche noi la voglia di vivere, perché gli siamo stati vicini tutti, notte e giorno, con il sorriso, e non l’abbiamo mai lasciato solo, e lui questo lo sentiva anche nei momenti più difficili, dove noi non potevamo vederlo per ordine dei medici.
Passò il peggio e pian piano le cose andarono meglio, e quando potè ricevere visite ci volle vedere uno ad uno, pianse molto, poi dopo un po’ ci stringeva la mano quando ci salutava, con una grande forza, era rinato, era nato di nuovo il 23 maggio, l’anno del cuore, se questo non è un segno.
Nonno Impero, e noi, tutta la famiglia, non sapremo mai come ringraziare il donatore e la famiglia, tutta l’equipe del professor Musumeci, tutti gli infermieri, gli amici, i parenti e tutti coloro che si sono interessati a lui.
Grazie. E’ il caso di dire “grazie di vero cuore”.












